Storia

Più di 2000 anni di esperienza nei trattamenti termali.

Storia di Abano e Montegrotto Terme

Storia del Termalismo Euganeo.

I trattamenti termali hanno una storia antichissima: già Ippocrate descrive nella sua opera i loro benefici contro i dolori articolari e muscolari, nonché quali ottimi rimedi contro le patologia della pelle. Nella Roma Imperiale ebbero un enorme sviluppo: le Acque Albule furono persino descritte da Virgilio nell’Eneide. Nel medioevo e nel rinascimento le acque termali suscitano la curiosità di grandi personaggi e studiosi, che le descrivono nei loro trattati: il “De Balneis ” di Ugolino da Montecatini ed il “De Balneis et thermis – naturalibus omni-bus Italiae sique totius orbis proprietatibusque eorum” del 1440 di Michele Savonarola. Oggi le stazioni termali collaborano con le università di tutto il mondo per scandagliare in profondità il segreto miracoloso delle cure termali.

I primi frequentatori dell’area termale: il laghetto dei Veneti antichi.

Nei tempi antichi, la zona dove oggi sorgono le località termali di Abano e Montegrotto, doveva essere caratterizzata da numerose  sorgenti naturali di acqua calda raccolte in piccoli laghi o pozze fumanti, da cui proveniva un odore pungente di zolfo. Il paesaggio ci viene descritto in modo vivace e colorito da molti autori latini vissuti tra il I e il VI secolo d.C., ma non doveva essere molto diverso anche nelle epoche precedenti.

Le origini di Abano e Montegrotto, benché non documentate da ritrovamenti archeologici, sono assai remote e si fanno risalire a molti secoli prima di Cristo quando la pianura era abitata dagli Euganei, che vivevano in piccole comunità sparse tra i colli, abitavano su palafitte costruite sulle rive di laghi caldi che all’epoca abbondavano nella pianura ad oriente dei Colli Euganei. Questa gente era solita commerciare con i mercanti greci che giungevano fin a qui, dopo aver navigato con le loro navi lungo l’Adriatico ed i fiumi padani. All’arrivo dei Veneti (giunti dall’Illiria), nel IX-VIII sec. a.C., quei primi abitatori furono costretti a fuggire trovando riparo nelle aspre colline prospicienti. I Veneti occuparono le terre avviando una florida vita culturale. Capaci agricoltori, rinominati allevatori, abili artigiani e commercianti, fecero vivere all’intera area termale un periodo di ricchezza e di prosperità. Si fecero soprattutto conoscere in qualità di grandi allevatori di cavalli e proprio lo  stesso cavallo divenne simbolo di questo popolo, che ne riprodusse miniature in bronzo da offrire alle calde acque dei laghi in segno di riconoscenza verso gli dei. I primi frequentatori in età protostorica, almeno a partire dall’VIII sec. a.C., furono i numerosi fedeli provenienti da tutto il territorio circostante, che si riunivano intorno a un piccolo lago circolare di circa 3 km: lungo la striscia di spiaggia depositavano vasi, bronzi, offerte e celebravano rituali per propiziarsi la locale divinità delle acque fumanti accendendo fuochi e bruciando offerte votive. Nonostante l’ambiente geografico non dovesse essere molto ospitale, ricco di paludi, boschi e corsi d’acqua, fin dal VII sec a.C., sorse un centro abitato chiamato “Aponus”.
Gli scavi archeologici condotti tra il 1870 e il 1970 hanno restituito oltre ad alcune migliaia di vasetti, una trentina di bronzi votivi, alcuni riproducenti parti anatomiche del corpo umano: è chiara la natura salutifera del culto che qui si praticava, strettamente connesso alle caratteristiche curative delle acque termali. Il laghetto si trovava a Montegrotto, nell’area tra il Monte Castello e il Colle di S.Pietro Montagnon. Si trattava di un lago di circa 2 chilometri quadrati e di forma tondeggiante, originato da una polla di acqua termale. Le esalazioni sulfuree, considerate di natura divina, scaturivano in modo naturale e potente dal cuore della terra e venivano venerate con offerte votive, soprattutto vasi, coppe, tazze e bicchieri. Non sappiamo il nome originario di questa divinità veneta che gli antichi pagani credevano presiedesse alle acque termali della zona, certamente maschile e naturalmente legata all’acqua salutifera, è ben nota invece la sua denominazione latina Aponus, da cui deriva il nome moderno di Abano. L’etimologia riporterebbe un evidente riferimento all’acqua: deriva dal greco “à ponos” che significa appunto “toglie il dolore”. Tale etimologia, che richiama chiaramente un’intensa valenza religiosa e mistica, ricorre fino agli studiosi del secolo scorso come l’unica valida speiegazione dell’effetto benefico delle fonti termali euganee. Recentemente però, moderne indagini linguistiche, hanno invece posto in evidenza nel nome Aponus, la radice indoeuropea ap-acqua che sposta l’ottica del contenuto concettuale da un momento di effetto –il dolore tolto– ad un momento di causa –l’elemento che toglie dolore-. Aponus, venerato molti secoli più tardi, come altre dibinità venete, nel periodo romano, è forse identificato con il dio Apollo, dispensatore anch’esso di salute (il mito narra che Fetonte, figlio di Apollo, caduto dal carro del Sole precipitò nella zona termale dei Colli Euganei, fra Abano Terme e Montegrotto). Gli studi più recenti che hanno analizzato queste due divinità in base alle fonti letterarie, concordano nel riconoscere in Aponus il nome di una fonte sacralizzata per le sue proprietà terapeutiche, esistente già in epoca veneta e attestata anche in età romana. Inoltre, se si tiene presente che la radice “ap” va ricondotta all’ambito semantico dell’acqua, non stupisce che con la romanizzazione presso le “aquae patavinae” ad Aponus si affianchi (o si sostituisca) Apollo: la presenza del dio della medicina, capace di dare gli oracoli e di curare i malati anche attraverso le proprietà dell’acqua, è documentata in molti altri siti termali italici, e qui è provata da un piccolo altare con dedica votiva proveniente da Montirone e da un bassorilievo (ora disperso) scoperto sul Colle di San Pietro Montagnon. Certamente, però, era Aponus la divinità maggiormente nota, dal momento che ad esso sono dedicate varie iscrizioni rinvenute fra Montegrotto, Abano e Saccolongo: si ritiene infatti che la sigla A. A. presente su tali epigrafi rimandi a una dedica alle acque di Aponus (nella formula di “Aquae Aponis” o “Aquae Aponiae”).

Frequentatori illustri e l’oracolo di Apono.

Il culto delle acque di Apono, divinità tutelare delle fonti termali in età paleoveneta, si mantiene dunque durante il periodo romano. Gli antichi autori latini definivano prodigiose le acque termali euganee che, come scrive Claudiano, “senza danno fanno recuperare il perduto vigore e si placa per il sofferente, che ritorna alla salute, la malattia”. L’origine di tali proprietà terapeutiche veniva sempre attribuita alla presenza di Aponus, ma alle loro proprietà curative si aggiunse anche la loro facoltà oracolare. In epoca romana infatti il culto assume una connotazione oracolare che Svetonio, autore latino vissuto tra la fine del I sec. d.C. e l’inizio del II, associa alla mitica figura di Gerione (secondo la leggenda fu Ercole che, passando per la terra di Apono, fondò il culto di Gerione, misterioso dio, imprigionato nelle viscere della terra, che profetizzava il futuro attraverso un sacerdote o una sacerdotessa, custodi del tempio, capaci di interpretare le profezie del dio attraverso le acque termali): egli infatti ricorda che il giovane Tiberio, futuro imperatore, in viaggio verso l’Illirico per una spedizione militare, si era fermato vicino a Padova, nell’antica S. Pietro Montagnon, oggi Montegrotto, per consultare l’oracolo sulla buona riuscita della sua spedizione contro i Pannoni, condizione irrinunciabile per riuscire a diventare imperatore; invitato a lanciare i dadi d’oro nella fonte sacra ad Apono, il numero risultato fu la somma più alta. Quei dadi, ricorda Svetonio, erano ancora visibili al suo tempo sotto la superficie dell’acqua. Tiberio poi sconfisse i Pannoni e divenne Imperatore. E’ quindi evidente che nella zona termale in epoca romana esisteva almeno un santuario, il cui fulcro era la fonte sacra di Apono. Il principale doveva essere sul colle Montirone di Abano, i cui ritrovamenti archeologici mostrano un tempio dedicato al dio risalente ad almeno il I secolo DC. Anche lo stesso Claudiano, autore del IV sec. d.C., compose un intero poemetto dedicato ad Aponus e sugli ex-voto che venivano gettati dentro la fonte.

“…Il suolo molle ansima e racchiusa sotto la pomice ribollente l’onda scava vie screpolate. […] Nel mezzo come un mare che ribolle per largo tratto, si estende un lago azzurro, con grandissimo giro, che occupa un enorme spazio…”
Claudiano, Aponus, IV secolo d.C.

I Romani alle terme: cure, salute e moda.

A partire dal 49 a.C., data in cui Patavium e le terre vicine -Terme Euganee incluse- divennero municipium, si formò un ceto alto borghese di Patavini romanizzati, che ad imitazione degli alti ceti di Roma diede grande importanza alle terme favorendo l’istituzione di bagni pubblici e di stabilimenti termali. L’antico santuario lacustre di si trasformò in una ricca ed articolata località termale, dove ci si recava per rinvigorire il fisico e la mente.

Con la romanizzazione ecco che il potere benefico e curativo delle acque termali viene in qualche modo svincolato dalla sfera strettamente religiosa, pur mantenendone alcuni aspetti. Diventano una risorsa da sfruttare sia per il loro valore benefico e curativo, ma anche per il puro piacere e benessere psico-fisico. Il Bacino Euganeo si trasforma così in una rinomata stazione turistico-curativa. 2000 anni fa le zone termali situate lungo il fianco orientale dei Colli Euganei (ultimi rilievi di origine vulcanica prima della immensa piana che si estende verso est fino alla laguna veneta e al Mar Adriatico) si chiamavano “acque patavinae”, ovvero le “acque di Padova”. Fonti letterarie tramandano una vera e propria moda della borghesia romana, di trascorrere dei periodi in completo relax, i cosiddetti “otia baiana“, lontano dal peso delle attività quotidiane e  delle regole della vita civile: lusso, promiscuità e libertà dei costumi divengono in epoca imperiale romana uno stile di vita, il cosiddetto “mos baianum”, reso possibile dalla particolarità del luogo e dall’occasionalità della sua frequentazione.

Attorno alle vasche termali sorsero ampi viali, giardini, fontane, biblioteche, sale per conferenze ed esposizioni, teatri e belle ville patrizie, ampiamente documentate dai ritrovamenti archeologici. Anche numerose fonti letterarie antiche attestano la fama di cui godeva la fons Aponi (o aquae Aponiaein età imperiale: la più importante finora nota è il poema Aponus composto dal poeta di origine alessandrina Claudio Claudiano dopo una visita compiuta tra il 396 ed il 399 d.C. Caduto l’impero romano anche Teodorico, re degli Ostrogoti, apprezzò le terme, come testimoniato dalla famosa lettera in cui proclama Abano “ornamento del mio regno, famoso in tutto il mondo”.

Anche a Montegrotto probabilmente avvenne la stessa cosa: sempre più numerosi giunsero i nuovi frequentatori, non più attratti dalla sola presenza del santuario di Apono, ma soprattutto dalla diversa organizzazione delle strutture, mirate proprio all’accoglienza e al benessere della clientela. Ogni fonte viene direttamente collegata ad una o più vasche mediante cunicoli e tubature, mentre intorno si aggregano strutture per l’accoglienza e il tempo libero, quale ad esempio un piccolo teatro.
L’area Euganea tra il I e II sec. d.C. diventa sempre più residenziale, un piccolo sobborgo di Patavium (Padova). La continuità insediativa in questo territorio, ancora oggi frequentata stazione termale, ha determinato in molti casi la perdita definitiva delle tracce del passato, che emergono in modo frammentario e occasionale in un tessuto urbanistico in continua espansione.

Dei fasti delle antiche Terme di epoca romana ci restano le fonti letterarie antiche e le testimonianze archeologiche, come i numerosi reperti conservati al Museo Nazionale Atestino di Este, ai Musei Civici Eremitani di Padova, e soprattutto nella vasta area archeologica situata nel centro di Montegrotto Terme dove si possono osservare gli impianti (fondamenta) di alcuni edifici risalenti al periodo giulio-claudio. A partire dal 1760 iniziarono gli scavi e in quell’anno è stata scoperta una statua in marmo raffigurante l’imperatore Adriano nelle vesti della divinità. Il reperto si trova oggi al Museo Archeologico di Venezia insieme a numerosi altri oggetti quali anfore, vasi fittili, anelli e statuine. Da allora e per tutto l’ottocento si sono susseguiti numerosi ritrovamenti, fino al 1931 quando sono apparsi quattro preziosi pavimenti lavorati a mosaico appartenenti ad una grande abitazione romana, forse lo stabilimento termale, del I sec. d.C.. Al sito archeologico di Montegrotto appartengono anche i resti del teatro romano e l’antico impianto termale che mostra un’interessante canalizzazione dell’acqua fatta affluire in enormi vasche (nell’area archeologica principale si conservano parzialmente in vista tre grandi vasche, una delle quali con pavimentazione marmorea, collegate tra loro mediante un complesso sistema di canalizzazioni e condotte per l’acqua termale su più livelli, un impianto per il sollevamento dell’acqua con ruota idraulica, resti di un acquedotto e strutture per l’accoglienza ed il relax dei frequentatori, quali portici, complessi di ambienti con funzione probabilmente di spogliatoi, aree di riposo e ninfei, ed un piccolo teatro forse coperto per spettacoli e concerti, e quindi spazi per ritemprare anche lo spirito nelle diverse esigenze: religiosa, culturale e ludica). Pur rappresentano solo una piccolissima parte della ricca località termale imperiale, sicuramente è una delle più rappresentative della X Regio Venetia et Istria.

La cura delle acque nei secoli della decadenza dopo la fine dell’Impero Romano.

Con la fine dell’Impero Romano, nonostante le difficoltà economiche ne avessero decretato la decadenza, l’insediamento termale non cessò di vivere, ma anzi restò popolare e frequentato non più per moda ma per la sua acqua, che con l’avvento del cristianesimo, continuava a riconoscere proprietà benefiche e curative. All’inizio del VI sec. d.C. Cassiodoro, segretario del re Teodorico, scriveva all’architetto padovano Aloisio per sollecitare il restauro delle strutture dell’area termale. Negli stessi anni anche il vescovo di Pavia Ennodio ricordava in una lettera ad un amico le buone cure prestategli presso i bagni di Apono.

Alla fine del VI secolo irruppero le orde longobarde di re Agilulfo, seminando rovina e distruzione, e anche le Terme Euganee, come le vicine Padova e Monselice, caddero nell’oblio per lunghi secoli (non vi sono notizie certe ma le invasioni barbariche cominciarono a partire dal 452 con gli Unni, che costrinsero gli abitanti della zona ad abbandonare le due cittadine poi definitivamente rase al suolo all’arrivo dei Longobardi). Segue una fase di silenzio nelle fonti ma la vita ben presto si riorganizza in una serie di villaggi: nei documenti medievali sono citati Abano, dal nome dell’antico dio delle acque, S.Pietro Montagnon, il luogo del santuario protostorico dei veneti e Mons Aegrotorum, cioè il “monte degli ammalati”, con un significativo richiamo ancora una volta alle proprietà curative e benefiche dell’acqua degli Euganei.

Bisognerà attendere addirittura l’avvento della dominazione veneziana perché i centri di cura vengano riattivati. Neppure durante la signoria dei Carraresi, infatti, tra il 1318 e il 1405, si riuscì a ripristinare le terme (nel 1314 durante i contrasti tra signoria Carrarese, Padovana, e Scaligera, Veronese, anche Abano e Montegrotto ne avevano fatto le spese sotto la furia di Cangrande della Scala). In quel tempo gli illuminati signori Da Carrara avviarono importanti studi sui fanghi continuati dalla scuola di Medicina dell’Università di Padova. Dal 1405 Abano e Montegrotto, come tutto il territorio padovano, passano alla Repubblica di Venezia. Saranno quattrocento anni di sonnolenta ‘Pax Venenezia’, nei quali la vita cittadina scorre tranquilla. Le ingenti opere di bonifica avviate dalla Serenissima iniziarono invece alla metà del Cinquecento con la costruzione di strade e canali e con la deviazione di fiumi. Rientrò nel programma della Serenissima anche il restauro e il ripristino delle stazioni termali e i nobili padovani e veneziani ne approfittarono per costruire le loro lussuose ville nei dintorni, riportando nuovamente in voga la moda dei bagni termali.

Con la caduta di Venezia nel 1797 anche Abano e Montegrotto Terme caddero sotto il dominio francese, assoggettate allo straniero fino al 1866 anno in cui tutto il Veneto, causa il plebiscito, venne annesso al Regno d’Italia. Da allora la fama e il prestigio delle due stazioni di cura termale sono cresciute ininterrottamente.

Storia delle Terme Euganee in epoca moderna.

Parlando di “Terme Euganee” ci si riferisce a quel vasto comprensorio che in una mappa contenuta nell’opera di Domenico Vandelli (1761) comprende gli attuali comuni di Abano, Montegrotto e Battaglia. Le Terme euganee, rispetto agli altri numerosi e analoghi siti italiani, godono della vicinanza con Padova, sede di un’antica e prestigiosa Università. Così tra i docenti dell’Università degli Studi di Padova che verso la fine del Medioevo si occuparono a vari livelli delle terme si trovano: Pietro d’AbanoJacopo DondiGiovanni Dondi, Bartolomeo da Montagnana, Michele Savonarola. Particolarmente interessante è il progetto di Giovanni Dondi, che riguardava l’estrazione del sale dalle sorgenti termali, e il fatto che, in qualità di medico curante di Francesco Petrarca, potrebbe aver fatto conoscere al poeta gli effetti delle cure termali. Michele Savonarola, zio del più noto frate fiorentino, nel 1440 accompagnò Francesco Carmagnola alle terme di Battaglia, al “Balneum Sanctae Helenae”.

Se questi sono personaggi famosi, dobbiamo ricordare che i bagni furono sempre frequentati da gente comune che ripeteva gesti e pratiche tramandati da tempo immemorabile.

Alla metà del Cinquecento si riaccendono quasi contemporaneamente gli interessi politici e scientifici nei confronti delle terme. Tanta attività non poteva non coinvolgere personaggi legati all’Università. Al momento, il più importante fruitore delle terme che siamo riusciti a individuare è Galileo Galilei che, nei suoi meticolosi conti di casa, registra le spese sostenute per far giungere a Padova una certa quantità di “acqua della Vergine”. Paolo Sarpi faceva uso della medesima acqua, come si apprende dalla sua biografia.
Anche il ricorso alle cure termali subì alti e bassi. Un rinnovato interesse si riscontra alla metà del Settecento, grazie soprattutto ad un’apposita commissione scientifica guidata da Giovanni Battista Morgagni, forse il medico più famoso del suo tempo. Nel 1753 Carlo Goldoni compone la commedia in musica “Le Terme di Abano”, mentre tra il 1789 e il 1804 l’erudito Salvatore Mandruzzato scrive il trattato “Dei bagni di Abano” sintetizzando le conoscenze archeologiche sul bacino euganeo, rilevandole anche in una mappa e in alcuni disegni. Proprio nel Settecento si avviarono i primi organici studi scientifici sulla composizione e la provenienza delle acque e in epoca moderna l’utilizzo a scopo terapeutico delle acque e dei fanghi termali ha portato allo sviluppo delle Terme Euganee inserendole tra le più famose ed apprezzate mete del turismo termale d’Europa.

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